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Babel

Recensione del libro di R. F. Kuang, pubblicato da Oscar Mondadori.

L’inglese non si limitava a prendere in prestito parole da altre lingue; traboccava di influenze straniere, era un’accozzaglia di termini degna di Frankenstein. E a Robin sembrava davvero incredibile che un paese popolato da persone che si vantavano di essere migliori di tutti gli altri dipendesse così tanto dal resto del mondo.

Questo libro non è per tutti. Non è un fantasy classico, anzi è quasi difficile parlare di fantasy in generale. L’unico elemento del genere sono le tavolette d’argento ma che, come per la giada nella saga delle Ossa Verdi, per quanto siano al centro di tutto, sono solo un mezzo per parlare d’altro. Il loro valore non è solo in quanto risorsa potente e ricercata, ma anche nel funzionamento legato strettamente alla lingue e alla traduzione. In questo modo l’autrice introduce numerosi spunti e tematiche che sono il vero e proprio fulcro del libro: sono il motore della storia e ciò che maggiormente caratterizza i personaggi. Infatti, la Kuang con Babel condanna senza riserve imperialismo e colonialismo britannico, mostrando la mentalità malata (in realtà non del tutto superata), che pervadeva la società di inizio ‘800. A differenza dell’altra sua opera, La guerra dei papaveri, la violenza e crudeltà descritte sono principalmente psicologiche, invece che fisiche: al posto della guerra è la rappresentazione del razzismo dilagante che è estremamente cruda, colpisce nel segno con il suo realismo, senza edulcorazioni o retorica spicciola. Tutto questo l’autrice lo trasmette grazie ai personaggi e alla questione delle lingue. Ma una cosa alla volta.
I personaggi di base appaiono bidimensionali: caratterizzati il minimo indispensabile per distinguerli da qualcosa in più della loro nazionalità. L’unico elemento veramente approfondito è proprio quello legato alla provenienza e le dovute conseguenze. Soprattutto Robin, dal cui punto di vista ci viene raccontata la storia, è costantemente diviso tra l’appartenenza alla comunità accademica di Oxford e, più in generale, alla Gran Bretagna e le suo origini cinesi: a chi dare la sua lealtà, al popolo che l’ha apparentemente accolto, cresciuto, nutrito, educato e valorizzato o alla sua madrepatria? Il dilemma si fa pressante quando Robin non può più fare finta di niente e apre gli occhi sulla realtà dell’Impero Britannico e sulle loro azioni nei confronti del suo paesa natale (ma anche delle colonie inglesi). Questa dualità in Robin è dovuta agli enormi sforzi fatti dal professor Lovell per farlo integrare il più possibile nella società inglese: non sapremo mai il suo vero nome, cambiato perché impronunciabile per gli inglesi; l’infanzia passata a Canton è stata fortemente influenzata da libri in lingua inglese direttamente da Londra, donati proprio dal professore, oltre che da Miss Betty che lo aiutava ad imparare la lingua, sempre a spese del professore. L’aspetto di Robin è un altro punto a suo favore in questo senso: se non fosse per il taglio degli occhi, potrebbe essere scambiato per un inglese. Questo ‘vantaggio’ è ciò che principalmente lo contraddistingue dai suoi compagni, Ramy nato a Calcutta e Victoire ad Haiti che si ritrovano sono a subire il razzismo più esplicito: non vengono serviti nei pub, altri locali non li fanno neanche entrare, vengono insultati per strada. Proprio per questo, fin da subito, Ramy e Victoire appaiono più che consapevoli della realtà, non si illudono come Robin di poter mai veramente far parte della società inglese: non chiudono gli occhi davanti alla crudeltà dell’Impero, men che meno a quella di Babel. In tutto questo, Letty sembra il pesce fuor d’acqua: l’unica bianca del gruppo, figlia di un ammiraglio, si scontra più volte con Ramy, e in qualche caso anche con Victoire, su vari argomenti spinosi come il trattamento degli indiani o la supposta abolizione della schiavitù. Il suo unico punto di contatto con gli altri è il suo essere una donna: inglese sì, ma pur sempre donna. Per me, Letty rappresenta anche uno dei pochi veri problemi che ho riscontrato in questo libro. Questo perché proprio con lei viene introdotto il tema del femminismo, ma è solo vagamente accennato, praticamente ignorato per la gran parte del tempo: se da un lato c’era il rischio di troppa carne al fuoco, dall’altro avrei preferito un maggior approfondimento o nessuna menzione del tema.
I personaggi ancor più secondari restano tutti piuttosto bidimensionali, senza un arco evolutivo come, invece, per i quattro appena citati: svolgono il loro ruolo senza infamia né lode.
L’altro elemento fondamentale di Babel è la questione delle lingue. L’autrice fa sfoggio dei suoi studi riportando moltissime nozioni di linguistica, etimologia e traduzione, ma non è solo per farsi bella o farci dire quanto è brava e intelligente. Anzi, è un suo personale tributo alla materia: l’amore per le parole, in qualunque forma, emerge limpidamente in ogni singola riga del libro. Non contenta, la Kuang va oltre e pone proprio le parole al centro del funzionamento delle tavolette d’argento, e di conseguenza degli studi del protagonista. Il potere delle tavolette, infatti, non sta tanto nel materiale (l’argento) ma in quello che ci viene inciso: l’effetto si basa sulla mancanza di una vera e propria equivalenza di traduzione, sulle sfumature di significato tra parole di lingue diverse. E qui arriva anche l’importanza (e la novità rispetto al contesto storico reale) degli studenti stranieri perché non basta pronunciare gli abbinamenti incisi sulle tavolette, bisogna anche conoscere a fondo la lingua e i suoi sistemi. L’Impero, in questo caso, non sfrutta solo la manodopera delle colonie ma anche i giovani di talento, che hanno una propensione per le lingue, costringendoli al servizio della Corona, a tutti gli effetti schiavi e strumenti degli imperialisti. Ma, di nuovo, l’autrice non si ferma qui: tutte le varie nozioni che riversa sul lettore hanno spesso anche lo scopo di mostrare non solo il razzismo, ma anche le contraddizioni insite nella logica suprematista degli inglesi. Se, quindi, da un lato poteva sicuramente ridurre un po’ la mole di queste informazioni, dall’altro risultano fondamentali per l’evoluzione dei personaggi, per lo sviluppo della trama e, ultimo ma non per importanza, per mostrare il pensiero dell’autrice.
A prescindere dalle spiegazione accademiche, il ritmo della narrazione è piuttosto lento. C’è una trama, concentrata principalmente nelle ultime 200 pagine circa, motivo per cui il finale risulta un po’ troppo veloce e, più in generale, alcune cose sono un po’ forzate. Per quanto io abbia notato questi difetti, la mia lettura non ne ha risentito per due motivi: gli argomenti e le tematiche trattate mi affascinavano e interessavano e, come già detto, sono stati gestiti talmente bene da far passare in secondo piano il resto; l’atmosfera della dark academia è descritta molto bene, la scrittura è immersiva e vivida, al punto che mi sembra di aver passato gli ultimi giorni a Oxford con Robin e compagnia.
Ho sicuramente dimenticato di dire alcune cose, ma mi sono già dilungata abbastanza, meglio fermarsi quando si riesce!

Non vi avviserò mai abbastanza: questo libro non è per tutti. Il ritmo della narrazione è molto lento, ma soprattutto è un romanzo molto crudo e violento: niente bagni di sangue, ma una rappresentazione del razzismo, e della mentalità che ci sta dietro, realistica e priva di retorica spicciola. Il fulcro di questo libro sono proprio le tematiche trattate: sono il motore della trama e caratterizzano i personaggi. Ma c’è anche tutta la componente linguistica, sulla traduzione e l’etimologia delle parole che, se da un lato poteva essere un po’ ridotta, dall’altro dà quel tocco in più al libro: mostra le contraddizioni della logica imperialista, contribuisce a creare l’atmosfera della dark academia, bilancia il marcio delle istituzioni accademiche con l’amore per le parole in qualunque forma. Io sono rimasta conquistata da Babel, nonostante qualche difetto, proprio per questi motivi.

Voto: 9/10

Babel

di R. F. Kuang

Editore: Oscar Mondadori – Collana: Fantastica

Pagine: 600

Oxford, 1836. La città delle guglie sognanti.
Il centro di tutta la conoscenza e l’innovazione del mondo.
Al suo cuore c’è Babel, il prestigioso Royal Institute of Translation dell’Università di Oxford.
La torre da cui sgorga tutto il potere dell’impero.
Rimasto orfano a Canton e portato in Inghilterra da un misterioso tutore, Robin Swift credeva che Babel fosse un paradiso.
Fino a che non è diventata una prigione…
Può uno studente lottare contro un impero?

Della stessa autrice…

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Di recente, sono uscite le edizioni paperback, con copertine pressoché identiche. Per ora (09/2023) si trovano ancora su Amazon e IBS le edizioni in copertina rigida.

La guerra dei papaveri

Editore: Oscar Mondadori – Collana: Fantastica

Pagine: 656

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Per lei significa essere finalmente libera dalla condizione di schiavitù in cui è cresciuta.
Ma la aspetta un difficile cammino: dovrà superare ostilità e pregiudizi, affidandosi al dono letale che ha scoperto di possedere, l’antica e semileggendaria arte sciamanica.
È forse l’unico modo per evitare una Terza guerra dei papaveri.
Il prezzo da pagare, però, potrebbe essere davvero troppo alto.

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Legendborn

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