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Malice. La guerra degli dèi

Recensione del primo libro della tetralogia La fede e l’inganno di John Gwynne, pubblicato da Fanucci. Alla fine trovate dei consigli di lettura!

La storia è importante. Se più persone prestassero attenzione agli errori del passato, il futuro potrebbe essere qualcosa di diverso.

Questo libro ha un unico vero difetto, ma basta e avanza: è troppo tipico del genere, rispecchia esattamente quello che vi immaginate quando pensate epic fantasy. Non c’è nessun guizzo originale, un qualche twist che lo faccia distinguere dalla massa; non parliamo di plagio, ma di cliché su cliché.
Nello specifico, la trama è il solito bene vs male, un’infinita preparazione ad un’epica guerra tra dèi in questo caso, con tutti gli intrighi di corte e tradimenti vari, degli oggetti magici leggendari da ritrovare, il tutto con lo scopo di intrattenere nella lunga attesa. Il punto è che l’autore fin da subito rende tutto molto prevedibile, come a voler fare il disegnino ǝl lettorǝ, per essere sicuro al 100% che sia tutto evidente e palese, anche a chi come me di solito non riesce (o non prova) a prevedere nulla di quello che succederà. Se ci aggiungi che è il primo libro di quattro, lungo più di 700 pagine come pure i seguiti, non so voi, ma a me è proprio passata la voglia di proseguire con la lettura. Ho terminato questo primo solo perché speravo che alla fine venisse esplicitato ciò che era palese a chiunque (tranne che ai personaggi ovviamente, ma ci arrivo dopo) e da lì la storia si sviluppasse in maniera diversa. Sono arrivata addirittura a leggere le prime 50 pagine del secondo, giusto perché non si sa mai, ma niente, probabilmente bisogna arrivare alle ultime 100 pagine dell’ultimo libro perché venga svelato il segreto di Pulcinella. Uscendo un attimo dal problema ‘classicità’, la trama è strutturata abbastanza bene, ci sono alcuni momenti un po’ forzati, ma grossomodo regge.
I personaggi hanno lo stesso problema del resto: il protagonista, Corban è lo stereotipo dell’eroe puro di cuore e blabla; certo, ha un’evoluzione coerente nel corso della storia ed è descritto abbastanza bene, ma resta molto banale. Di parzialmente positivo c’è che alcuni dei secondari hanno una storia già vista ma interessante, almeno all’inizio perché poi viene tutto banalizzato ai fini della trama e/o dello sviluppo del protagonista. Ah già, dimenticavo di dire che ovviamente ci sono una decina di punti di vista diversi, ma il personaggio principale è comunque palese fin quasi da subito, gli altri servono solo a mostrare cose che poi influenzeranno suddetto protagonista. Almeno, come dicevo solo nella prima metà circa, questo permette un qualche approfondimento maggiore dei personaggi per così dire secondari. Ci sono state due cose che non ho apprezzato dei punti di vista: la costante ricerca per la suspense, cambiandoli dopo cliffhangar (banali), che spezzano la scena e tendono solo a confondere; il plot armor che li circonda per quasi tutta la durata del libro, intorno a loro cadono tutti come mosche e questi sopravvivono sempre, non è chiaro come.
Il worldbuilding è proprio molto classico (sì, lo so sono ripetitiva, ma non è colpa mia, è il libro che è così!): ambientazione simil medievale con i ragazzi che si addestrano appena compiono la ‘maggiore età’ (i soliti 16 anni) per diventare cavalieri, le donne non possono fare nulla, insomma le tipiche usanze del genere; vari regni confinanti con nomi astrusi per dare un po’ il senso di epicità; le solite creature leggendarie (wyrm, giganti, ecc.). Almeno, la classicità è il suo unico difetto: per il resto, infatti è ben strutturato, logico e coerente.
La scrittura non è eccessivamente pesante, molto descrittiva sì ma non si perde in lungaggini inutili. La lettura non è comunque scorrevole, anche per il ritmo della narrazione: di nuovo tipicamente lento, ma l’autore riesce a inserire quella scena più movimentata al momento giusto, che lo rinvorigorisce un po’ e mantiene alta l’attenzione.

Se cercate epic fantasy sul dizionario, trovate questo libro. Ma non lo intendo in senso positivo, perché il suo grande difetto è proprio l’eccessiva classicità, troppo fedele ai canoni del genere. La trama è abbastanza ben strutturata, ma il suo sviluppo è prevedibile fin da subito. Ci sono molteplici punti di vista, ma è palese già all’inizio quale sia il protagonista, il prescelto eroe puro di cure e blalbla, che ha almeno un’evoluzione coerente e ben fatta. Il worldbuilding è la solita ambientazione simil medievale, senza nessun elemento particolare, anche qui è almeno strutturato bene, con una sua logica. Non continuerò la lettura della saga perché non è proprio riuscito ad incuriosirmi.

Voto: 6/10

Malice. La guerra degli dèi

di John Gwynne

Editore: Fanucci – Collana: Collezione immaginario fantasy

Pagine: 743

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